Solo il 23% delle famiglie italiane protegge tutti i dispositivi domestici, nonostante il 40% affronti regolarmente il tema della sicurezza online. Il dato emerge da uno studio Kaspersky sulle abitudini digitali familiari e segnala una distanza ancora ampia tra consapevolezza dei rischi e adozione concreta di misure di protezione su smartphone, tablet e PC.
Sicurezza online in famiglia, cresce il bisogno di un responsabile digitale
La sicurezza informatica domestica non è più un tema accessorio. La moltiplicazione dei dispositivi connessi, l’uso quotidiano di servizi digitali da parte di adulti, bambini e anziani, la diffusione di account condivisi, abbonamenti, app bancarie, piattaforme social e strumenti scolastici ha trasformato la casa in un piccolo ecosistema digitale.
In questo contesto, Kaspersky evidenzia la crescita del bisogno di una figura informale ma sempre più necessaria: il “Family Digital Manager”, cioè la persona che all’interno della famiglia si occupa di configurare dispositivi, gestire abbonamenti, consigliare strumenti di protezione e impostare buone pratiche di sicurezza.
Il problema è che questa responsabilità spesso nasce spontaneamente, senza un vero metodo e senza coprire tutti i punti deboli. Molte famiglie parlano di sicurezza online, spiegano alcune regole ai figli o agli anziani, adottano password manager o autenticazione a più fattori, ma poi non arrivano al passaggio più concreto: proteggere davvero tutti i dispositivi usati in casa.
Il risultato è un quadro a due velocità. Da una parte aumenta l’attenzione verso privacy, password e comportamenti online. Dall’altra resta scoperta una parte rilevante dell’infrastruttura domestica, fatta di smartphone personali, tablet dei figli, computer condivisi, device acquistati e configurati in fretta, account con impostazioni di sicurezza incomplete.
Famiglie italiane più consapevoli, ma non ancora abbastanza protette
Secondo lo studio Kaspersky, il 40% degli intervistati italiani istruisce regolarmente bambini e familiari anziani sulle pratiche di sicurezza online. È un dato positivo, perché indica che la cybersecurity sta entrando nelle conversazioni familiari e non resta confinata agli specialisti.
Altri indicatori mostrano una crescente attenzione verso pratiche di protezione più mature. Il 25% consiglia l’utilizzo di strumenti per la gestione delle password, il 41% promuove l’adozione dell’autenticazione a più fattori e il 38% verifica e aggiorna attivamente le impostazioni sulla privacy su dispositivi e account principali.
Sono comportamenti corretti, soprattutto perché intervengono su alcune delle aree più vulnerabili della vita digitale quotidiana. Password deboli, riutilizzate o condivise restano una delle principali porte d’ingresso per gli attacchi. L’autenticazione a più fattori riduce il rischio che un account venga compromesso solo attraverso il furto delle credenziali. Le impostazioni privacy, se controllate con regolarità, aiutano a limitare la raccolta e l’esposizione dei dati personali.
Il limite, però, emerge nel passaggio dall’educazione alla protezione tecnica. Parlare di sicurezza non basta se poi i dispositivi restano privi di soluzioni aggiornate, configurazioni corrette e controlli adeguati.
Il dato critico: solo il 23% protegge tutti i device domestici
Il dato più rilevante dello studio riguarda la copertura dei dispositivi. Solo il 23% degli intervistati italiani installa soluzioni di sicurezza su tutti i device domestici. È una percentuale bassa, soprattutto se si considera che oggi smartphone, tablet e PC sono utilizzati per attività molto diverse: comunicazione, pagamenti, lavoro, scuola, archiviazione di documenti, accesso ai servizi pubblici e gestione della vita familiare.
Il rischio non è teorico. Un solo dispositivo non protetto può diventare il punto debole dell’intera famiglia. Un tablet usato da un minore, un vecchio portatile ancora collegato agli account personali, uno smartphone di un familiare anziano o un nuovo device configurato senza controlli possono esporre dati, credenziali e informazioni sensibili.
La protezione domestica deve quindi essere letta come una catena. Non serve avere buone pratiche su un solo dispositivo se gli altri restano vulnerabili. La frammentazione è il problema: ogni membro della famiglia ha abitudini diverse, competenze diverse e livelli diversi di attenzione. Per questo la figura del responsabile digitale familiare diventa utile non come ruolo formale, ma come punto di coordinamento.
Nuovi dispositivi, configurazioni iniziali e rischi sottovalutati
Un altro elemento critico riguarda la configurazione iniziale dei nuovi dispositivi. Solo il 29% degli intervistati italiani si occupa della configurazione dei device per i propri familiari. È un passaggio spesso considerato secondario, ma in realtà decisivo.
Quando uno smartphone, un tablet o un computer entra in casa, le prime impostazioni determinano una parte importante della sua sicurezza futura. Installare una soluzione di protezione, eseguire una scansione iniziale, aggiornare il sistema operativo, controllare le autorizzazioni delle app, attivare il blocco schermo, verificare le impostazioni privacy e configurare l’autenticazione a più fattori sono operazioni che riducono il rischio fin dal primo utilizzo.
Il problema è che molti dispositivi vengono attivati con l’obiettivo di renderli subito utilizzabili, non necessariamente sicuri. Questo vale in particolare per device destinati a figli, genitori anziani o familiari meno esperti. Si crea così una situazione paradossale: la famiglia magari discute di sicurezza online, ma lascia esposti proprio i dispositivi degli utenti più vulnerabili.
Parental control, uno strumento diffuso ma non sufficiente
Lo studio Kaspersky mostra anche un uso significativo delle app di parental control. Il 62% delle famiglie italiane con figli minori di 18 anni utilizza questi strumenti per monitorare e proteggere l’attività online dei figli. Le funzioni possono includere la limitazione dell’accesso a contenuti inappropriati, la gestione del tempo davanti allo schermo e, in alcuni casi, anche il tracciamento della posizione geografica per aumentare la sicurezza fisica.
Il parental control può essere utile, ma non va confuso con una strategia completa di cybersecurity familiare. Serve a gestire l’esperienza digitale dei minori, ma non sostituisce la protezione del dispositivo, l’educazione alla sicurezza, la gestione corretta delle password e il controllo degli account.
C’è anche un aspetto educativo da considerare. Il parental control funziona meglio quando è accompagnato da spiegazioni chiare e progressive. Limitare l’accesso a siti e app può proteggere i più piccoli, ma nel tempo deve essere affiancato da una crescita della consapevolezza. L’obiettivo non è solo impedire comportamenti rischiosi, ma aiutare bambini e ragazzi a riconoscere truffe, contenuti ingannevoli, richieste sospette e situazioni di esposizione eccessiva.
Il divario generazionale nella sicurezza digitale
La sicurezza familiare è resa più complessa dal divario generazionale. A livello globale, la ricerca Kaspersky evidenzia un minore coinvolgimento della fascia over 55 nelle pratiche di sicurezza: circa una persona su cinque non adotta alcuna misura di protezione e solo il 24% installa soluzioni di sicurezza per i propri familiari. La pratica più diffusa tra gli over 55 resta l’uso dei password manager, consigliati dal 40% degli intervistati di questa fascia d’età.
Il tema non va letto in modo semplicistico. Gli utenti più anziani non sono necessariamente meno prudenti, ma spesso si trovano davanti a tecnologie, linguaggi e minacce che cambiano rapidamente. Phishing, smishing, truffe su app di messaggistica, falsi avvisi bancari, link malevoli e furti di credenziali sono fenomeni che richiedono aggiornamento continuo.
Per questo il “Family Digital Manager” può avere un ruolo utile anche verso gli adulti e gli anziani, non solo verso i minori. Aiutare un familiare a configurare correttamente lo smartphone, spiegare come riconoscere un messaggio sospetto o verificare le impostazioni di privacy di un account può ridurre rischi concreti.
Più dispositivi connessi significa più superficie d’attacco
Marina Titova, Vice President for Consumer Business di Kaspersky, ha commentato: “Più restiamo connessi, condividendo momenti e comunicando online, più entriamo in una rete complessa di dispositivi e servizi. Ogni nuovo dispositivo e ogni ora trascorsa online ampliano le opportunità di attacco per gli hacker, aumentando l’esposizione alle minacce informatiche. Non tutte le generazioni si adattano con la stessa rapidità a questi cambiamenti. Per questo è fondamentale adottare una protezione completa e integrata per tutta la famiglia, capace di garantire un ambiente digitale sicuro e condiviso.”
Il punto centrale è la superficie d’attacco. Ogni dispositivo aggiunto alla rete domestica, ogni nuovo account, ogni app installata e ogni servizio digitale usato in famiglia amplia le possibilità di errore o compromissione. Non tutti questi elementi hanno lo stesso livello di rischio, ma tutti contribuiscono alla complessità complessiva.
La protezione familiare deve quindi essere integrata. Non basta installare un antivirus su un computer e considerare il problema risolto. Serve un approccio che includa dispositivi mobili, account, privacy, password, aggiornamenti, backup, navigazione sicura e controllo delle app.
Cosa dovrebbe fare davvero un responsabile digitale in casa
Il concetto di responsabile digitale familiare non deve diventare un’altra etichetta astratta. In concreto, questa figura dovrebbe occuparsi di poche attività essenziali ma ricorrenti.
La prima è mappare i dispositivi usati in casa: smartphone, tablet, computer, console, eventuali dispositivi smart, account principali e servizi più sensibili. La seconda è verificare che ogni dispositivo sia aggiornato, protetto e configurato con un blocco di accesso adeguato. La terza è controllare password e autenticazione a più fattori, soprattutto per email, banca, servizi cloud, social e piattaforme scolastiche.
La quarta attività riguarda l’educazione. Bambini, adolescenti e anziani hanno bisogno di indicazioni diverse, ma tutti devono sapere almeno riconoscere un messaggio sospetto, evitare link non verificati, non condividere codici ricevuti via SMS o app e chiedere aiuto prima di inserire dati personali in pagine poco chiare.
Infine, serve una revisione periodica. La sicurezza domestica non è una configurazione fatta una volta per tutte. Cambiano i dispositivi, cambiano le app, cambiano le abitudini e cambiano le minacce. Una verifica ogni pochi mesi può evitare che piccoli problemi diventino vulnerabilità strutturali.
Il messaggio per le famiglie italiane
Il dato del 23% mostra che la protezione digitale domestica è ancora incompleta. La consapevolezza cresce, ma non sempre si traduce in azioni concrete. Molte famiglie educano, consigliano e controllano alcune impostazioni, ma non proteggono tutti i dispositivi. È qui che si crea il divario più pericoloso.
La sicurezza online familiare richiede un approccio meno episodico e più sistematico. Non serve trasformare ogni casa in un reparto IT, ma serve riconoscere che la vita digitale è ormai una parte stabile della vita quotidiana. Pagamenti, foto, documenti, scuola, lavoro, comunicazioni e identità personale passano dai dispositivi connessi.
La figura del “Family Digital Manager” risponde proprio a questa esigenza: qualcuno che tenga insieme competenze, configurazioni e buone pratiche, aiutando la famiglia a non lasciare scoperti i punti più fragili. Il punto non è delegare tutto a una sola persona, ma creare una responsabilità condivisa, con un coordinamento minimo.
La conclusione è semplice: la protezione digitale in famiglia non può più essere selettiva. Se ogni dispositivo è una porta potenziale verso dati, account e servizi personali, allora la sicurezza deve riguardare l’intero ecosistema domestico, non solo il computer principale o lo smartphone dell’utente più esperto.

